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Barometro Economia | ZES, la grande occasione per i porti della Campania

Nel primo articolo dell’anno, pubblicato nell’ambito della rubrica “Il Barometro dell’Economia”, approfondiamo il dibattito sulle Zone Economiche Speciali (ZES) introdotte dalla Legge 123/2017 (il provvedimento che ha convertito in Legge il decreto Mezzogiorno). Sono zone geograficamente delimitate, ubicate nel Sud Italia, devono comprendere un’area portuale e possono essere costituite anche da aree non adiacenti territorialmente purché presentino un nesso economico funzionale con il porto. In particolare, la discussione si sta prevalentemente incentrando sulla capacità di queste zone di creare sviluppo in modo effettivo.

Si tratta di un modello molto diffuso a livello mondiale. È da osservare che le Free Zone hanno registrato un trend in continua crescita, che non si è arrestato durante il periodo della globalizzazione, né nel corso della crisi finanziaria mondiale degli anni scorsi. Nel 1997 si contavano 845 ZES in 93 Paesi, valore salito nel 2016 a circa 4.500 ZES in 135 Paesi. L’impatto economico totale generato ammonta a oltre 68,4 milioni di lavoratori diretti e un valore aggiunto generato, derivante dagli scambi, di poco più di 850 miliardi di dollari.

In Europa esistono diversi casi di Free Zone a diversi livelli di operatività (più che altro si tratta di punti franchi individuati all’interno di aree portuali); se ne contano ad esempio 10 in Danimarca, 8 in Germania, 3 in Grecia, 5 in Spagna (tra cui la famosa ZAL-Zona ad Attività Logistica di Barcellona). In Italia il caso più famoso è quello di Trieste.

Una delle più note e competitive nel Mediterraneo è la Tanger Med Free Zone che ha consentito al Porto del Marocco di essere uno dei più efficienti e efficaci nello scenario marittimo e che beneficia di un sistema industriale export-oriented dell’Automotive (Renault vi produce la Dacia), Tessile e Agroalimentare che alimenta di continuo l’infrastruttura e che a sua volta beneficia di una logistica gestita da Top Player del settore tra i quali APM Terminals (del Gruppo danese Maersk) e Eurokai (Multinazionale tedesca).

Tornando all’Italia, l’aspetto positivo del provvedimento, auspicato anche dagli studi di SRM,  è la messa in opera di una politica di sviluppo istituzionale destinata al Mezzogiorno che pone il “Porto al centro”, vale a dire insediamenti imprenditoriali, incentivi e risorse finanziarie tutte finalizzate a far crescere l’infrastruttura marittima ed il sistema di imprese che ruota intorno ad essa. Gli stessi Studi hanno mostrato che laddove i tentativi di delimitazione di un territorio a sviluppo incentivato siano stati sempre e solo industriali, abbiano finito spesso per non produrre gli effetti economici sperati.

La connessione tra le infrastrutture marittime e l’industria è fondamentale per una regione come la Campania che fa viaggiare via mare quasi il 50% del suo export; la ZES è proprio uno strumento al servizio dell’export in quanto riesce a dare alle imprese agevolazioni fiscali, doganali e burocratiche per assicurare al territorio una grande proiezione internazionale.

I dati dei primi 9 mesi del 2017 mostrano come ad esempio Alimentare, Mezzi di Trasporto (in cui vi sono Aeronautico e Automotive) e Meccanica (comparto in cui vi sono anche elementi connessi della filiera Aeronautico e Automotive) siano il traino delle nostre relazioni internazionali, rappresentandone il 68% del totale. Secondo autorevoli stime, nelle Free Zone andrebbero a concentrarsi, una volta a regime, attività produttive che potrebbero generare un valore di circa 40% aggiuntivo, rispetto al totale dell’export attuale.

Le imprese che investiranno nelle ZES in Italia, infatti, potranno avere: 1) procedure semplificate per adempimenti burocratici e per l’accesso alle infrastrutture; 2) credito di imposta (massimo 50 milioni per ZES) in relazione agli investimenti effettuati dalle aziende stesse che dovranno restare nella Zona per almeno 7 anni. Last but not least sarà fondamentale anche il supporto che sapranno dare i player bancari per assicurare supporto finanziario agli investitori privati e pubblici che vorranno localizzarsi in queste aree. Queste potranno diventare strategiche per l’economia del Paese solo se ben concepite e strutturate. Il Banco di Napoli con un protocollo siglato con l’Autorità di Sistema del Tirreno Centrale ha già messo a disposizione un importante plafond di 1,5 miliardi di euro per le aziende che presenteranno progetti di investimento a valere sulla ZES.

Una grande occasione dunque per un territorio che però dovrà essere in grado di presentare al Governo un Piano di sviluppo concreto, che mostri soprattutto quale sia la strategia per “riempire” di contenuti la ZES; una delle prime aree a decollare dovrebbe essere quella campana connessa all’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale ma anche le ZES pugliesi sono in fase avanzata. I porti del Sud che già gestiscono il 50% del traffico totale dell’Italia sono chiamati a grandi sfide soprattutto in vista delle ambizioni che ha la Cina (e non solo Lei) nei confronti del Mediterraneo.

 

Il Barometro dell’Economia è la rubrica mensile de “Il Mattino” realizzata da SRM in collaborazione con il Banco di Napoli.

 

ARCHIVIO:

 

Rassegna stampa – Il Barometro dell’Economia (2018)

Ogni primo lunedì del mese SRM, in collaborazione con il Banco di Napoli, pubblica un quadro di sintesi sullo stato di salute dell’economia campana affrontando di volta in volta le tendenze più rilevanti in materia di occupazione, imprese, esportazioni, credito, sviluppo, fonti energetiche, trasporti, dinamica dei prezzi e tecnologie.

Il Mattino – 8 gennaio 2018 (Zes, la grande occasione per i porti della Campania)

 

Sud, più coesione e meno campanili | Editoriale di massimo Deandreis su Il Sole 24 Ore | 6 gennaio 2018

Puglia e Campania crescono anche grazie all’integrazione fra settori produttivi

Puglia e Campania sono le due regioni con l’economia più forte e strutturata nel Mezzogiorno continentale. Insieme producono 165 miliardi di Pil, un valore ben superiore a quello di interi Stati dell’Unione Europea come Ungheria o Romania. E con una crescita del Pil finalmente marcata. La Campania in particolare si sta dimostrando la vera locomotiva del Mezzogiorno: con oltre il 3% di crescita nel 2016 e un probabile +1,9% nel 2017 dimostra una vitalità superiore a molte regioni del Centro Nord.

Se per Sicilia e Sardegna la dimensione insulare, le diverse caratteristiche socio-economiche e la natura speciale dei loro statuti regionali pongono dei limiti alla ricerca di sinergie forti, viceversa nel caso di Campania e Puglia (ma anche con Calabria e Basilicata che hanno le loro importanti specificità economiche) bisognerebbe avere il coraggio di sperimentare forme avanzate di cooperazione e sinergia transregionale, sia tra le amministrazioni regionali che tra le forze produttive.

Una recente ricerca realizzata da Srm in collaborazione con la Fondazione Matching Energies ha messo in risalto che tra Campania e Puglia esistono forti complementarietà dei rispettivi tessuti produttivi. Se osserviamo indicatori quali il valore aggiunto, l’export, il numero di imprese e il numero di addetti nei settori manifatturieri più importanti di queste due regioni (automotive, aeronautico, abbigliamento, agroalimentare e farmaceutico) vediamo che entrambe le regioni hanno tassi ben superiori alla media nazionale a dimostrazione della comune scambi3specializzazione produttiva. Ma c’è un altro dato ancora più interessante: l’interconnessione tra queste filiere nelle due regioni. Prendiamo ad esempio due settori ad alto valore aggiunto e alto contenuto di innovazione tecnologica: aeronautico e farmaceutico. Oltre il 16% della produzione campana nel settore aeronautico e il 18% di quella nel settore farmaceutico è venduta in Puglia. Analogamente oltre il 33% di quanto prodotto in Puglia nel settore aeronautico e oltre il 28% di quanto prodotto nel settore farmaceutico è venduto ad aziende campane. Tassi simili li troviamo anche per il settore dell’automotive, dell’agroalimentare e dell’abbigliamento. Tutto questo ci dice una cosa semplice e chiara: i due tessuti produttivi di Campania e Puglia oltre a essere simili sono fortemente integrati nelle catene della subfornitura. A questa integrazione del settore produttivo non corrispondono però in modo sistematico scelte integrate e coordinate tra le amministrazioni regionali e neanche tra le forze produttive e associative che ruotano prevalentemente attorno alle rispettive dimensioni regionali.

Eppure c’è necessità di una maggiore integrazione, anche nelle scelte e strategie infrastrutturali e logistiche. L’alta velocità/alta capacità Napoli-Bari, in fase di progettazione e realizzazione, cambierà il rapporto tra Napoli e Bari: l’esperienza dell’Italia del Nord (ad esempio l’alta velocità fra Torino e Milano) mostra quanto l’infrastruttura possa contribuire ad aumentare e fluidificare gli scambi tra grandi aree metropolitane. I tempi italiani ci fanno dire che non è per domani, ma è comunque ormai una prospettiva sufficientemente concreta da suggerire di iniziare a ragionare sui prossimi interventi e aumentare la vocazione intermodale dei porti campani e pugliesi. Solo collegando i porti del Sud adriatico e Sud tirrenico tra loro e con le rispettive dorsali verso Nord si può assicurare quel progetto di fare del Sud Italia una vera piattaforma logistica di cui tanto si parla.

Nell’Italia delle riforme rinviate, arrivata al federalismo tardi e male e quando altrove già lo si ripensava, è sempre più attuale una riflessione seria su questo tema partendo dalla concretezza dei problemi e dalle caratteristiche del tessuto produttivo, in modo pragmatico.

Non è utopia e non richiede riforme costituzionali pensare che Regioni e forze produttive discutano e attuino politiche concordate e sinergiche (pensiamo ad esempio alla programmazione dei fondi strutturali) favorendo così una forte accelerazione della crescita e dello sviluppo. Per dare slancio e sostenibilità alla crescita c’è bisogno di meno campanili e più coesione. E di condividere, sulla base dei dati e non solo delle opinioni, una visione d’insieme sulle prospettive di sviluppo del Mezzogiorno.

Scarica qui l’articolo pubblicato su Il Sole24Ore | 06-01-2018

 

Consulta la rassegna stampa del Check up Mezzogiorno 2 2017

CkE’ stato pubblicato il 27 dicembre il nuovo numero del Check Up Mezzogiorno, elaborato da Confindustria e SRM. Forte richiamo ne è dato stato dato sulle testate offline e online.

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Confindustria-SRM: Check-up Mezzogiorno, Bene investimenti privati e turismo. Il Mezzogiorno si muove

CkIl 2017 si chiude con un moderato ma costante miglioramento dell’economia meridionale. Lo conferma il Check Up Mezzogiorno di dicembre 2017, il tradizionale studio elaborato da Confindustria e SRM.

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Dopo un 2016 che ha visto crescere le regioni del Sud in linea con la media nazionale, le anticipazioni relative al 2017 confermano la tendenza alla crescita, che dovrebbe proseguire anche nel 2018, con un incremento del PIL superiore all’1%. Gli indici di fiducia, non lontani dai massimi, confermano questa intonazione moderatamente positiva.

Questa tendenza è confermata dall’Indice Sintetico dell’Economia Meridionale, elaborato da Confindustria e SRM, che mostra tutti gli indicatori in crescita. Il PIL del Mezzogiorno aumenta per il secondo anno di seguito (+1%,): anche gli investimenti tornano a crescere, spinti da quelli privati, e soprattutto da quelli dell’industria in senso stretto, che nel solo ultimo anno fanno segnare un aumento del 40% rispetto all’anno precedente. Sebbene non ancora sufficiente per tornare ai valori del 2007, si tratta di un balzo in avanti davvero significativo.

La ripartenza si conferma soprattutto nelle mani delle imprese: il numero di quelle attive, nel terzo trimestre del 2017, è aumentato di circa 7mila unità (+0,4%) rispetto allo stesso periodo del 2016, una tendenza ancor più significativa se confrontata con un contemporaneo calo nel resto del Paese (-0,1%). In particolare, prosegue, l’aumento delle società di capitali (+17 mila nel III trimestre 2017 sullo stesso periodo dello scorso anno), ad un ritmo quasi doppio rispetto al Centro-Nord, e al contempo torna ad aumentare per la prima volta la quota di imprese con numero di addetti fra 10 e 49 (+0,2%), due chiari segnali di irrobustimento del tessuto produttivo.

Un tessuto che rafforza la sua dinamicità: aumenta il numero delle start up innovative (il 31,1% in più nel II trimestre del 2017 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), un dato migliore di quello registrato al Centro-Nord (+22,4%), con un trend positivo che riguarda tutte le regioni del Mezzogiorno. Positivi sono anche i dati relativi alle imprese in rete (ormai quasi 6.000, 1.000 in più nella seconda parte dell’anno), alle imprese giovanili (oltre 252.000 nel 2016, il 41,5% del totale nazionale) e a quelle femminili (oltre 3.000 in più nel solo II trimestre 2017).

Un robusto contributo ai segnali di vitalità del sistema produttivo del Sud viene anche dall’export: rispetto al III trimestre dell’anno precedente, le esportazioni delle imprese del Mezzogiorno crescono dell’8,6%, ad un ritmo superiore a quello del Centro-Nord (+7,2%). Ad eccezione dei mezzi di trasporto e degli apparecchi elettrici, crescono le esportazioni di tutti i settori merceologici, con particolare intensità nel caso dei prodotti della raffinazione (+42,9%), dei prodotti chimici (+21,6%) e di quelli farmaceutici (+9,4%).

Un significativo apporto ai positivi risultati del tessuto imprenditoriale meridionale viene dal settore turistico, a cui il Check up dedica uno specifico approfondimento. Il 2016 ha visto, infatti, crescere arrivi e presenze dei turisti nelle regioni meridionali (+4,3%, 1 punto e mezzo in più del Centro-Nord). Aumenta in particolare il cosiddetto “export turistico”, ovvero le presenze (+7,8%), e la spesa (+24%) dei turisti stranieri. Alla base di questi risultati positivi ci sono le imprese turistiche meridionali che, pur rappresentando solamente il 25% del totale nazionale (il 20% delle imprese ricettive italiane), costituiscono un comparto dai fondamentali solidi, con oltre 70 mila occupati e due miliardi e mezzo di valore aggiunto, che vede migliorare, in maniera costante a partire dal 2012 la redditività mentre calano l’indebitamento e i conseguenti oneri finanziari. Un settore con un’offerta qualitativamente elevata (gli hotel del segmento 4 – 5 stelle sono quasi il doppio della media nazionale) e caratterizzato da nicchie importanti, come l’industria termale, che può vantare ¼ dei ricavi di tutta l’industria termale nazionale.

Il 2017 si conferma un anno moderatamente positivo sul fronte dell’occupazione: anche grazie al sostegno del Bonus occupazione, nel Mezzogiorno si sono registrati incrementi percentuali degli occupati superiori a quelli del Centro-Nord, con una crescita, in valore assoluto, di oltre 108 mila unità nel III trimestre 2017 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, pur essendo abbondantemente tornati sopra la soglia dei 6 milioni, gli occupati meridionali sono ancora 230 mila in meno rispetto al picco precrisi.

La qualità e l’efficacia del sistema formativo al Sud rimane, però, uno dei fattori critici. E’, infatti, ancora molto elevata la quota di giovani meridionali che non studiano e non lavorano (sono oltre 1 milione e 800 mila, quasi il 60% del totale nazionale) e ben 200 mila hanno un diploma di laurea, con un vero e proprio  spreco di investimento formativo. Cosicché torna a ampliarsi il divario tra chi prende la residenza al Sud e chi la abbandona, con un saldo negativo di oltre 62 mila unità.

Diminuisce, seppur lentamente, l’incidenza della povertà, tranne che per la classe di età tra i 35 e 44 anni, fenomeno che segnala la crescente difficoltà di trovare lavoro per chi non è più giovanissimo ma è ancora lontano dall’età del pensionamento. La percentuale dei cittadini meridionali che si dichiarano molto o abbastanza soddisfatti della propria situazione economica è in crescita (+2%), ma resta pur sempre di 11 punti inferiore alla media nazionale.

La situazione economica delle regioni meridionali sembra, dunque, essersi assestata su condizioni di nuova normalità e di moderato miglioramento, che, tuttavia, non sono ancora in grado di scalfire in profondità il disagio ancora presente in larga parte della società meridionale, anche perché l’economia del Sud rimane frenata nel suo potenziale di crescita da diversi fattori:

  1. una composizione del tessuto produttivo meridionale post crisi caratterizzata da un numero elevato di imprese di piccola e piccolissima dimensione, che contribuiscono loro malgrado a tenere bassa la produttività;
  2. un’estrema diversificazione territoriale, che lascia intravedere un Mezzogiorno a più velocità;
  3. la bassa competitività dei territori, come mostrano i punteggi ottenuti dalle regioni meridionali nel calcolo di molti degli indicatori che compongono l’Indice di Competitività regionale della Commissione Europea.
  4. Il credito: le condizioni creditizie al Sud sono in miglioramento, ma non per tutti, e l’offerta di credito, sebbene in allentamento, non riesce a seguire pienamente la domanda.
  5. l’insufficiente contributo della spesa pubblica per investimenti, confermata dalle stime dei Conti Pubblici Territoriali per il 2016, che evidenziano una nuova contrazione della spesa in conto capitale della P.A. al netto delle partite finanziarie, che tocca un nuovo minimo degli ultimi 15 anni, passando da 15 a 13 miliardi, oltre 11 miliardi in meno del 2002. Pesa, in particolare, il dimezzamento della spesa delle risorse aggiuntive, a causa del lento avvio del nuovo ciclo di programmazione dei fondi strutturali. Le recentissime stime CPT sull’andamento dei primi mesi del 2017 confermano purtroppo questa tendenza.

Il Mezzogiorno prosegue dunque la sua risalita: i risultati consolidati negli ultimi due anni e le previsioni per il prossimo sembrerebbero confermare che la ripartenza dell’economia meridionale ha agganciato in maniera stabile quella del resto del Paese, nonostante i numerosi fattori di freno. E i risultati per molti versi migliori, sia pure da diverse basi di partenza, di molte regioni meridionali, rispetto al resto del Paese confermano che esistono effettive potenzialità per la progressiva riduzione dei divari. Anche perché le condizioni per una ripresa più robusta, già nel 2018, ci sono tutte, grazie ai recenti provvedimenti per il Sud e all’avvio effettivo dei Programmi 2014-20 da parte delle Regioni, che stanno creando condizioni di effettivo vantaggio per gli investimenti nel Mezzogiorno.

La combinazione di condizioni favorevoli e dinamismo imprenditoriale può fare del 2018 un anno davvero chiave per le prospettive future dell’economia del Mezzogiorno.

Ci sono tre ambiti di azione capaci di influire, in un modo o nell’altro, su questo snodo chiave: il sostegno agli investimenti privati; la ripresa degli investimenti pubblici; un contesto stabilmente competitivo. Ed una sola politica in grado di favorire, contemporaneamente questi tre elementi chiave: la politica di coesione, comunitaria e nazionale, ovvero la principale politica di investimento dell’Unione europea. E il 2018 è l’anno decisivo per iniziare a vedere concreti effetti degli interventi della programmazione in corso e per porre le basi per una prospettiva per il post 2020 stabile e concreta.

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Rassegna Stampa | Il Rapporto Finanza Territoriale presentato a Roma

Di seguito è possibile consultare alcuni articoli pubblicati in occasione della presentazione del 14 dicembre alla Camera Dei Deputati del Rapporto 2017 “LA FINANZA TERRITORIALE IN ITALIA”. Il Rapporto è il frutto della partnership di sei istituti regionali di ricerca socioeconomica: IRES Piemonte, IRPET Toscana, SRM, Éupolis Lombardia, Ipres Puglia e Liguria Ricerche.

La Sicilia – 15 dicembre 2017 (intervista a Salvio Capasso)

Affari Italiani – 14 dicembre 2017

Agenzia Nova (1) – 14 dicembre 2017

Agenzia Nova (2) – 14 dicembre 2017

 

Napoli Città Segreta | Deandreis relatore all’evento del Corriere Mezzogiorno

Massimo Deandreis, Direttore generale di SRM, è stato relatore all’ultimo appuntamento dell’anno di CasaCorriere dal titolo “Napoli città segreta” tenutosi il 14 dicembre al Chiostro di Sant’Agostino alla Zecca. SRM ha presentato uno studio sull’interconnessione economica e produttiva tra Campania e Puglia, le due regioni leader del Mezzogiorno. Deandreis spiega: “Il termine più moderno di città è hub cioè luogo capace di connessioni. E di cosa è hub Napoli? Di una provincia, di una regione o forse di un Mezzogiorno continentale? In questo ragionamento se il territorio di riferimento è più ampio, la Campania e la Puglia sono le due regioni più interconnesse”.

Di seguito le video interviste a Avallone, Zigon e Deandreis:

Comunicato Stampa | Presentazione Finanza Territoriale in Italia 2017

finanza territoriale 2017Il 14 dicembre alle 14,30 si presenta a Roma presso la Camera Dei Deputati – Sala del Refettorio – Via del Seminario, 76, il Rapporto 2017 “LA FINANZA TERRITORIALE IN ITALIA”. Il lavoro nasce dalla partnership di sei istituti regionali di ricerca socioeconomica: IRES Piemonte, IRPET Toscana, SRM Napoli, Éupolis Lombardia, Ipres Puglia e Liguria Ricerche. L’evento è realizzato con il patrocinio, dell’Aisre (Associazione Italiana di Scienze Regionali) e della SIEP (Società Italiana di Economia Pubblica).

COMUNICATO E LA SINTESI DEI RISULTATI

VOLUME COMPLETO

Presentazione di Santino Piazza – IRES Piemonte

Presentazione di Patrizia Lattarulo – IRPET

Presentazione di Salvio Capasso – SRM

Rassegna stampa

 

Il Rapporto esamina con cadenza annuale l’andamento della congiuntura economica, finanziaria e normativa per le sue ripercussioni sugli assetti della finanza territoriale. L’evoluzione (da quando iniziò la pubblicazione del volume) mette in evidenza i principali cambiamenti intervenuti dal 2008 da quando cioè sulla spinta della crisi economica – molto più che a causa dei vincoli europei – le amministrazioni territoriali sono state travolte da molti cambiamenti. Pesanti tagli alle risorse, riforme avviate e poi in parte interrotte e spesso poco chiare nel disegno generale. Negli ultimi anni la persistenza della crisi economica ha infatti portato l’accumularsi di manovre indette per ridurre l’indebitamento, per razionalizzare la spesa, per stimolare la crescita. Questi interventi hanno un effetto sui territori sempre più differenziato e il rapporto raccoglie le esperienze e le riflessioni che emergono dai vari contesti regionali.

Il tema al centro del Rapporto Finanza Territoriale 2017 è quello del rilancio degli investimenti pubblici, con approfondimenti dedicati alle regole che ne condizionano l’evoluzione, ai divari territoriali nell’erogazione degli interventi e all’eterogeneità dei comportamenti dei diversi livelli di governo e alle differenziate funzioni oggetto dell’attività degli enti.

Il convegno prende il via con i saluti istituzionali dell’On. Cristina Bargero (X Commissione Attività Produttive, commercio e turismo della Camera dei Deputati – IRES Piemonte) di Bruno Bises (Università degli studi di Roma Tre – SIEP) e di Guido Pellegrini (Università degli studi La Sapienza Roma – AISRe).

Il programma prevede poi una prima sessione di presentazione del Rapporto, moderata da Luca Gandullia (Università degli studi di Genova-DISPO, Liguria Ricerche), con tre interventi. La prima relazione di Santino Piazza (IRES Piemonte) evidenzia i contenuti del Rapporto 2017. La seconda di Patrizia Lattarulo (IRPET) affronta il tema degli Investimenti pubblici e delle riforme, quali impatti e quali prospettive?, ed infine la terza di Salvio Capasso (SRM) relaziona su Investimenti e disparità territoriali.

Segue poi una seconda sessione di interventi dei due Referee del Rapporto, Giampaolo Arachi (Università degli studi del Salento) e Marcello Degni (Corte dei Conti) ed infine di Maria Cecilia Guerra (Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale). Le conclusioni sono affidate ad Alberto Zanardi (Ufficio Parlamentare di Bilancio-UPB).

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I contenuti del Rapporto Finanza Territoriale 2017

Il Rapporto propone, oltre ai contributi che vertono sul tema del rilancio degli investimenti pubblici, alcune chiavi interpretative del complesso processo di riforma dei governi territoriali, caratterizzato da improvvise interruzioni, quali il blocco dell’autonomia tributaria degli enti locali, e alle ampie e complesse riforme strutturali, come quelle del nuovo sistema di perequazione dei comuni e della riforma della contabilità degli enti territoriali. All’autonomia tributaria regionale è dedicato un approfondimento avente a oggetto l’Irap nella regione Liguria e agli effetti non del tutto desiderabili del nuovo sistema di perequazione comunale, con le indicazioni di policy per regolarli attraverso un’applicazione ai comuni della stessa regione.

Il processo di riordino territoriale delle autonomie locali (con un focus specifico sui territori liguri e piemontesi), lo sviluppo e l’impatto di politiche di ampliamento della digitalizzazione e il sistema delle partecipate pubbliche locali in una regione come la Lombardia trovano ampio spazio nel Rapporto, insieme a una guida preziosa per comprendere il decentramento asimmetrico nelle esperienze internazionali.

Investimenti pubblici negli enti locali: i vincoli, gli impatti e le regole

Nel 2016, gli investimenti pubblici e privati in Italia si mantengono pressoché stazionari con una riduzione dello 0,1% rispetto all’anno precedente, a fronte di una crescita del 3,2% a livello di area euro. I dati di trend confermano l’esistenza di un gap tra il nostro Paese ed il resto d’Europa.

Se si considera il periodo 2007-2016, la variazione annuale degli investimenti privati e pubblici in Italia, pur se con un’oscillazione in linea con quella dell’area euro, è stata negativa per cinque anni, anziché per tre soli anni, come nella macro area. La distanza è ancor più evidente analizzando il tasso complessivo di variazione: dopo una fase (2000-2006) in cui gli investimenti totali crescono più rapidamente della media dell’area-euro (+20,3% contro il +15,8%), per il periodo 2007-2017 si registra un crollo complessivo di 28,4 punti percentuali, a fronte di un più moderato -4,6% europeo.

In un contesto di calo aggregato dell’intervento in conto capitale di origine pubblica nel nostro Paese, l’attività per investimenti degli enti locali appare quella maggiormente in sofferenza. Il peso delle manovre di controllo dei conti pubblici a partire dalla crisi del 2008 è gravato soprattutto sugli enti territoriali. Infatti dal 2009 il tasso di variazione della spesa primaria delle Amministrazioni Locali è stato sempre significativamente inferiore a quello delle Amministrazioni Centrali. Fra il 2009 ed il 2015 la spesa primaria deflazionata registra una contrazione del 12% a livello locale contro il 3% a livello centrale.

Negli ultimi anni una serie di misure hanno cercato di contrastare la caduta degli investimenti; il superamento del Psi, la concentrazione degli investimenti e infine il processo di centralizzazione. Queste misure vengono analizzate nel capitolo dedicato all’interazione tra vincoli ordinamentali e di bilancio e alla necessità di rilanciare gli investimenti locali. Nonostante l’introduzione delle tre misure indicate la spesa per investimenti è calata tra il 2015 ed il 2016. La dinamica debole degli investimenti può essere spiegata da due possibili cause, ovvero il difficile avvio della riforma dei conti pubblici e l’introduzione del codice degli appalti.

Gli scarsi spazi finanziari legati alla disponibilità di saldi positivi e di avanzi di amministrazione possono avere acuito l’usuale difficoltà ad investire nei territori meridionali, come pure un ulteriore fattore che può aver ostacolato la spesa per investimenti è da ricercarsi nell’eccesso di risparmio, calcolato come differenza fra saldo effettivo e saldo obiettivo, accumulato dai Comuni e stimato fra i 3 e i 4 miliardi. Alla riduzione di questi spazi di finanziamento inutilizzati dovevano concorre le intese regionali nell’ambito delle quali enti locali e Regioni che ritenevano di non utilizzare gli spazi disponibili, avrebbero potuto cederli ad enti che, al contrario, disponevano di spazi insufficienti. I risultati del primo anno di applicazione dello strumento non sono stati tuttavia molto incoraggianti. Gli spazi complessivamente ceduti nel 2016 sia a livello nazionale che locale ammontano a soli 213 milioni di euro. Oltre il 90% degli spazi complessivamente messi a disposizione risulta appartenere alle amministrazioni del Centro-Nord nelle quali vengono realizzati i surplus più elevati e nelle quali è più consolidata la programmazione pluriennale. Al contrario, le regioni meridionali, risultano praticamente assenti in termini di spazi messi a disposizioni sia a livello regionale che nazionale.

D’altra parte, l’attività delle Amministrazioni Locali può aver subito un freno anche a causa dell’avvio di una riforma contabile complessa e dell’introduzione nell’aprile del 2016 del nuovo Codice dei contratti. Il nuovo Codice affronta in maniera organica molte delle criticità del public procurement incidendo in modo profondo sui processi e sulle pratiche delle amministrazioni. Tuttavia gli aggiustamenti richiesti al comportamento delle stazioni appaltanti e l’incertezza generata dall’uso estensivo di deleghe ai regolamenti attuativi emanati dall’Anac sembrano aver spinto verso un atteggiamento conservativo, che si è tradotto nel congelamento di gran parte delle gare. Nel Rapporto, inoltre, si analizzano i possibili effetti positivi che le novità in materia di regole degli appalti potranno avere nel medio/lungo periodo concentrandosi su quelle misure che cercano di ridurre i casi di rinegoziazione post-contrattuale intervenendo sulla progettazione, con l’obbligo di messa a gara dei lavori sulla base del progetto esecutivo, e sull’aggiudicazione, con l’accento posto sul criterio dell’offerta economicamente vantaggiosa.

Nella seconda parte del Rapporto, un approfondimento specifico, dedicato al caso toscano, arricchisce l’analisi dei nuovi vincoli normativi rispetto all’attività di investimento derivante dal rinnovato Codice degli appalti con la presentazione di un sistema di indicatori statistici di anomalia dei contratti, a supporto dell’attività di monitoraggio degli enti locali sull’attività di public procurement. Si integra cosi l’attività di controllo puramente normativa, con aspetti sostanziali legati alle caratteristiche del mercato settoriale e regionale di riferimento e con problematiche frequentemente rilevate quali i sovracosti e i ritardi esecutivi.

Investimenti pubblici: divari territoriali e capitale umano

La riduzione degli investimenti pubblici delle Amministrazioni Locali ha avuto effetti rilevanti soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, area che presenta un’elevata dipendenza della propria economia dagli investimenti pubblici. La spesa sul Pil degli investimenti pubblici in conto capitale è, infatti, pari a più del doppio del dato del Centro Nord (7,4% contro 3,4%).

Molto importante è, quindi, il ricorso a politiche di sostegno degli investimenti e, per il Mezzogiorno, si rileva come, pur se con una perdita di risorse legata ai disimpegni automatici, l’utilizzo dei fondi strutturali del ciclo 2007-2013 è stato, per capacità di spesa, fra i migliori nei vari cicli di programmazione (raggiungendo circa il 100% delle risorse finali disponibili).

Buoni risultati si registrano anche peri Patti per il Sud che, ad un anno dall’avvio, mostrano come oltre il 50% dell’assegnazione finanziaria iniziale è coinvolta in una qualche forma di procedura di spesa. Il confronto con lo stato di avanzamento complessivo della programmazione 2014-2020 mostra, quindi, scostamenti piuttosto rilevanti considerato che nel complessivo della programmazione 2014-2020 il dato sulla spesa è prossimo al 3%.

Il ricorso ai fondi comunitari (ed un loro efficiente utilizzo) continua, quindi, ad essere una leva di primaria importanza per lo sviluppo del nostro territorio, soprattutto considerato il fatto che ormai rappresentano uno dei principali strumenti a cui gli Enti locali fanno ricorso per il finanziamento dei loro investimenti, in un contesto caratterizzato da un costante calo dei mutui e da un ricorso al capitale privato ancora troppo poco esteso. Ciò vale soprattutto per gli Enti territoriali del Mezzogiorno, per i quali ormai da tempo le cosiddette ‘risorse destinate allo sviluppo’ risultano non più addizionali come dovrebbero, ma completamente sostitutive rispetto alle risorse delle politiche ordinarie, praticamente inesistenti.

Nel contesto di forte riduzione delle risorse sin qui delineato gli Enti locali sono ancora una volta chiamati a ricercare recuperi di efficienza che potrebbero derivare sia ridefinendo e aggregando il perimetro degli Enti locali sia riorganizzando le modalità di gestione dei servizi al loro interno. A queste tematiche sono dedicati nello specifico due capitoli del Rapporto.

Un approfondimento è dedicato al sistema di istruzione e formazione italiano che, pur seppur recentemente interessato da alcuni sensibili progressi, pare ancora condizionato da criticità piuttosto significative. Nel nostro Paese, infatti, il tasso di abbandono scolastico rimane nettamente superiore alla media dell’UE, il numero di giovani laureati è il più basso in Europa e la spesa pubblica per l’istruzione, in rapporto al Pil, è fra le più basse del Continente (4% nel 2015 a fronte di una media europea del 4,9%), in particolare per l’istruzione universitaria. Inoltre, si riscontrano notevolissime differenze regionali con riferimento a tali indicatori, oltre che nell’ambito della valutazione delle competenze di base.

In questo quadro, la riduzione delle spese per investimento sostenute dalle Amministrazioni centrali nel settore dell’istruzione a livello nazionale è stata, nel decennio 2005-2015, pari al -94,2%.

Anche rispetto al sistema universitario italiano ed in particolare alle sue modalità di finanziamento, è stato osservato come, da un lato, la riduzione della dimensione del FFO (in Italia 7,3 miliardi per il 2016, a fronte di un corrispondente valore per la Germania di circa 26 miliardi), e, dall’altro, l’introduzione delle nuove regole per il suo riparto, abbiano sostanzialmente reso impossibile, alle Università collocate in una posizione di classifica non favorevole (in particolare a quelle del Mezzogiorno d’Italia), arrestare un processo di contrazione delle risorse finanziarie ed umane, e quindi, dell’offerta didattica e dell’immatricolazione di studenti.

Si segnala, infine, come l’analisi tradizionale dei divari territoriali tra Nord Italia e Mezzogiorno debba arricchirsi anche, dal lato della spesa per investimenti e dei suoi effetti sulla competitività territoriale, di una analisi dei differenziali che si rilevano nelle dinamiche dell’accumulazione dello stock di capitale tra le regioni del nord Italia. In particolare, un approfondimento specifico è dedicato alla relazione tra interventi in conto capitale ai diversi livelli di governo e dotazione infrastrutturale nelle regioni, verificando in che misura sia possibile imputare le variazioni di quest’ultima ad una eterogenea accumulazione di investimenti da parte degli enti territoriali, con particolare riferimento a quelli piemontesi. In assenza del pilastro previsto della legge 42 del 2009, ovvero un meccanismo di perequazione infrastrutturale, questa tematica tocca uno snodo decisivo per il completamento del sistema di finanziamento degli enti territoriali.

SRM a Hong Kong all’Asian Logistic and Maritime Conference

I ricercatori di SRM hanno svolto una nuova missione scientifica che questa volta si è tenuta a Hong Kong, allo scopo di osservare e analizzare sul campo, com’è nel suo stile di ricerca, i risvolti più interessanti della portualità mondiale in cui trovano spazio i nuovi scenari dell’economia marittima del nostro paese.

Dal 20 al 24 novembre una nostra delegazione ha partecipato alle conferenze e alle visite organizzate dall’International Propeller Clubs. In particolare,  ha preso parte alla visita al Porto di Shenzen e alla sua Special Economic Area e all’Asian Logistic and Maritime Conference, di cui riportiamo il servizio realizzato da Telenord.

Barometro Economia | Investimenti nelle Pa, Campania prima nel Sud

Nell’ultimo articolo dell’anno, pubblicato nell’ambito della rubrica “Il Barometro dell’Economia”, segnaliamo l’uscita dell’edizione 2017 del Rapporto sulla Finanza Territoriale in Italia, elaborato da SRM insieme ad una rete di istituti composta da Ires, Irpet, Eupolis, Ipres e Liguria Ricerche. Si tratta di è uno dei pochi appuntamenti annuali rivolti ad analizzare lo stato di salute finanziario della Pubblica Amministrazione del nostro Paese, con particolare riferimento a Regioni, Province e Comuni; il monitoraggio è ormai giunto alla 13esima edizione annuale e sarà presentato a Roma il prossimo 14 dicembre.

Tra le diverse analisi effettuate, la ricerca ha dedicato un capitolo specifico allo studio dei principali strumenti utilizzati dagli Enti territoriali per il finanziamento dei loro investimenti col fine di cogliere “quanto” e “come” essi stiano lavorando per la crescita del territorio, anche in considerazione del particolare momento congiunturale che stiamo vivendo. Emerge come i canali prescelti contemplino non solo il ricorso all’indebitamento (ad esempio contraendo Mutui) e al contributo pubblico in conto capitale (proveniente ad esempio dai fondi comunitari), ma anche il sostegno dei privati attraverso il project financing.

Le misure adottate negli ultimi anni in materia di investimenti hanno puntato per lo più a contenere in modo significativo la dinamica evolutiva della spesa per ricondurre l’andamento dei conti pubblici su un sentiero di continuo e graduale rientro del debito pubblico nei parametri comunitari. I limiti posti dal Patto di Stabilità, in particolare, riducendo la capacità diretta degli Enti di acquisire debito, hanno di fatto avuto il principale effetto di ridurre gli investimenti, pur stimolando gli Enti stessi a cercare forme di indebitamento alternative per continuare, comunque, ad investire.

L’abbandono del Patto di Stabilità a favore del principio del pareggio di bilancio ha cambiato tale scenario, configurando nuove possibilità ma anche nuovi limiti.

Per quanto riguarda i singoli strumenti, volendo soffermarci sui mutui, strumento “classico” e storico con cui gli Enti si finanziano, gli ultimi dati mostrano un nuovo calo. Dopo l’inversione di tendenza del 2014 (+47,1% sull’anno precedente con 923 milioni di nuove concessioni), l’ultimo biennio riporta, infatti, dei valori nuovamente decrescenti con una perdita complessiva di circa il 30% dei volumi, attestandosi ad un valore complessivo pari a 656 milioni di euro.

Per il 2016, in ogni caso, la regione che ricorre in misura prevalente allo strumento del mutuo è il Lazio con il 15% delle emissioni complessivamente registrate a livello nazionale; a seguire la Lombardia con il 12% e il Piemonte con l’11,3%.

La Campania è, invece, prima nel Mezzogiorno e, in controtendenza rispetto al panorama nazionale, fa registrare una lieve crescita rispetto all’anno precedente (+1,2%) legata per lo più alla forte crescita dei mutui per il settore “Impianti e attrezzature ricreative” (+173%) che rappresenta anche il comparto in cui si concentrano i maggiori investimenti per opere pubbliche della Campania con 17,7 milioni di euro (erano 6,5 milioni nel precedente anno) pari ad oltre il 43% del totale regionale. A seguire, il comparto “Viabilità e trasporti” con un importo di quasi 9 milioni di euro e quello delle “Opere varie” con 5,5 milioni. Sul totale dei mutui concessi nella regione, il 65,5% è riferito ai Comuni con una popolazione inferiore ai 20mila abitanti (contro il 37,5% del dato Italia) e la restante parte si distribuisce tra i Comuni al di sopra di tale soglia ed i Comuni capoluogo.

Il calo generale del ricorso al mutuo denota, in ogni caso, l’importanza della ricerca di nuove forme di finanziamento, del ricorso ad altri strumenti quali il capitale privato e i fondi comunitari.

Per questi ultimi, in particolare, si assiste di fatto all’avvio dei nuovi Programmi 2014-2020 che mostrano un notevole ritardo da recuperare. Dopo il picco registrato nel 2015, in connessione con la chiusura del ciclo 2007-2013, nel 2016 la spesa dei programmi comunitari è, infatti, diminuita sia come conseguenza dei ritardi del ciclo precedente sia per le novità introdotte dai regolamenti comunitari circa l’adozione dei nuovi programmi. L’anno 2018 dovrà essere necessariamente quello dell’avvio effettivo delle spese per dare nuova linfa alla crescita degli investimenti sul territorio.

Per colmare, almeno in parte, tale gap si è puntato sui Patti per il Sud, visti come strumenti d’accelerazione della spesa in relazione al loro legame con progetti non solo considerati “prioritari” dalle Regioni o dalle Città metropolitane interessate, ma anche dotati di risorse già assegnate e, quindi, velocemente impiegabili e spendibili.

Sembra, quindi, essere stato colto in parte l’auspicio di una maggiore celerità della spesa rispetto alle passate programmazioni; appare ora importante concentrarsi sul proseguimento di tale percorso, evitando ostacoli e rallentamenti.

Il Barometro dell’Economia è la rubrica mensile de “Il Mattino” realizzata da SRM in collaborazione con il Banco di Napoli.

 

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