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Deandreis: porti e logistica così il Sud perde 1 miliardo

In occasione del Convegno del 5 giugno “Nuove rotte per la crescita del Mezzogiorno” Nando Santanastaso de Il Mattino intervista il Direttore Generale Massimo Deandreis sullo stato dei porti e della logistica nel Mezzogiorno.

È vero che, in chiave mediterranea, porti e logistica sono ancora settori sotto-utilizzati per il futuro del Sud e dell’Italia?

 

Tutta la filiera del mare – a terra porti, logistica, cantieristica, operatori commerciali e sul mare le attività armatoriali e di shipping – sono una filiera che crea ogni anno 45 miliardi di euro di valore aggiunto, conta oltre 7000 imprese e “muove” circa 1/3 di tutto l’import – export del nostro Paese. Gran parte di questa “industria” è collocata nel Mezzogiorno che sarebbe la naturale piattaforma logistica a beneficio di tutto il sistema produttivo nazionale. Qui sta emergendo in modo marcato una direttrice che dall’Europa, via Mediterraneo, passa per il Canale di Suez – in fase di raddoppio – e poi attraverso il Golfo, prosegue per India e Asia.

 

E l’Italia che ruolo potrebbe avere?

 

In questa direttrice l’Italia e i porti del Mezzogiorno, possono trovare ancor meglio la loro funzione di Hub strategico nel Mediterraneo. È per questo che la sicurezza e il presidio del mare sono per noi un interesse strategico-economico ancor prima che militare.

 

Parliamo del rapporto SRM: quanto è ampio il divario in termini di costi, tempi e volume di affari tra l’Italia e gli altri Paesi mediterranei europei sul piano dei traffici marittimi?

 

Ci sono alcuni dati molto chiari in merito. Si stima che almeno 500 mila containers all’anno, con merce proveniente da tutto il mondo e destinazione finale l’Italia, attracchino via nave a Rotterdam o Amburgo e poi via Tir raggiungono il destinatario finale a Milano, Roma o Napoli. Circa un miliardo da fatturato perso.

 

Ma perché nessuno interviene?

 

Perché succede? Lo si comprende se si considera che sui tempi medi di sdoganamento l’Italia ha circa 8,5 giorni in più sull’export e 7,4 sull’import, rispetto alla media dei tempi degli altri Paesi OCSE. Giorni in più, costi in più. A questo uniamo il fenomeno del gigantismo navale, i ritardi nell’ammodernamento e dragaggio dei nostri Porti e la sostanziale mancanza di intermodalità con la ferrovia. Ma ora il nostro sistema logistico è difronte ad un bivio perché la concorrenza non arriva più solo dal Nord Europa, ma anche dal Sud Mediterraneo dove porti come Tangeri hanno conquistato in pochi anni una fetta importante del mercato.

 

Il governo però sembra pronto a varare la riforma della portualità: cosa vi aspettate, in concreto per il Sud? Porti come Napoli e Gioia Tauro sono una scommessa perduta?

 

Il Governo e il Ministero dei Trasporti appare determinato a considerare strategico il settore. L’annunciata riforma dei porti va positivamente in questa direzione, ma occorre agire rapidamente non solo per recuperare quanto perso ma per trasformare tutta questa filiera in una nuova e potente risorsa di sviluppo per il Paese e per il Mezzogiorno. Le risorse derivanti dalla nuova programmazione dei fondi strutturali europei potrebbero essere utilizzate per questo obiettivo. Per quanti errori siano stati commessi, sono convinto che porti come Napoli e Gioia Tauro siano oggi più una opportunità di sviluppo che non una scommessa perduta.

 

Gli ultimi dati Istat dimostrano che il divario Nord-Sud è cresciuto e, polemiche a parte, che senza scelte di priorità strategiche il Mezzogiorno è destinato a non crescere più: è preoccupato, De Andreis?

 

La fotografia recentemente fatta nel Rapporto ISTAT sul Mezzogiorno è molto chiara e condivisibile. Ne ha fatto riferimento anche la Banca d’Italia nella Relazione Annuale. Da questo punto di vista il focus che in SRM mettiamo proprio sui temi della portualità e della logistica rappresenta lo sforzo di guardare in modo analitico ai settori che sono strategici per le imprese in una chiave non localista ma di “sistema” e di interesse nazionale. Lo sviluppo del Sud è un tassello determinante e non secondario per una piena ripresa dell’economia Italiana. Un nostro studio ha dimostrato che il Mezzogiorno “importa” il 30,3% delle proprie risorse dal Centro Nord, che a sua volta “importa” il 25,1% dal Sud. In un’economia così interconnessa come può esserci vera ripresa del Paese se non riparte anche il Mezzogiorno?

 

L’Istat ha anche disegnato più Sud sul piano dello sviluppo e delle prospettive: vuol dire che bisogna ripensare all’idea di una sola strategia di rilancio? Non è che così si finisce per complicare il già precario scenario del territorio?

 

Credo che occorra forse superare l’idea del Mezzogiorno come una macro area omogenea. Non è così. Come ci sono realtà eccellenti, anche più performanti che nel Centro Nord, ci sono diverse realtà – più note – di vero degrado, di crisi, di disagio socio-economico. Ma esiste un Mezzogiorno che innova e produce, ci sono imprese avanzate e con buoni risultati – pensiamo alle filiere dell’aeronautico, automotive, agroalimentare, abbigliamento e moda. Qui i dati anche quantitativi di alcune realtà della Campania, Puglia e Sicilia sono davvero significativi. Dati però che si annegano nelle medie generali dove questo non emerge. Occorre quindi una maggiore capacità di analisi e di distinzione. E’ quello che cerchiamo di fare anche a beneficio di una sempre più necessaria attenzione al merito di credito. Se si segue questa linea allora si scolora anche il significato di un dibattito tutto concentrato sempre e solo sul divario Nord Sud. Forse oggi è più produttivo provare a partire da ciò che funziona, produce, crea valore. Anche qui.

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