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Festival dell’Economia di Trento 2016 | Intervista Rai Economia a Massimo Deandreis

Nel corso del Festival dell’Economia di Trento 2016, è stata presentata la ricerca realizzata da GEI Gruppo Economisti di Impresa ed SRM, Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, come illustrato da Massimo Deandreis, presidente GEI e direttore generale SRM, nell’intervista a Rai Economia.

I nuovi luoghi della crescita: gli “hub”

La crescita mondiale è sempre più legata alle città globali, le più competitive e capaci di attrarre talenti, far nascere nuove idee e renderle concretamente attuabili. Questo perché le città sono fonte di innovazione: il combinare e ricombinare delle attività variegate e innovative consente alla città di essere un’unità organizzativa centrale. Le città più attrattive al mondo saranno quelle dotate dei nuovi driver di competitività: le «4 T» tecnologie; talenti; tolleranza e asset territoriali. Ma accanto a ciò,. occorre tenere in considerazione che le città sono anche fonte di difficoltà e quindi di specifiche politiche di investimento: congestione urbana, sovraffollamento, invecchiamento popolazione, problematiche socio-ambientali, consumi energetici.

In tal senso, diventano i nodi su cui ripensare le infrastrutture – materiali e immateriali – per la definizione di un nuovo e migliore modello di funzionamento. Il 21° secolo sarà il “secolo delle città”: con il sorpasso della popolazione urbana su quella rurale, avvenuto nel 2007, oggi la maggioranza delle persone vive in aree urbane con processi di inurbamento in continua crescita. La popolazione urbana a livello globale è cresciuta rapidamente da 746 milioni nel 1950 a 3,9 miliardi di 2014 e, secondo le stime delle Nazioni Unite, supererà i 6 miliardi entro il 2045. Maggiore polarizzazione tra grandi e piccole città.

Inoltre circa l’80% delle aree metropolitane ha redditi che superano le medie delle rispettive nazioni. Questo divario va allargandosi: circa il 50% di esse registra tassi di crescita del PIL pro-capite maggiore rispetto al resto delle rispettive economie nazionali.

Le città metropolitane sono hub occupazionali: nelle 232 aree metropolitane, c’è il 56% dei posti di lavoro tra il 2000 e il 2012, (22 Paesi OCSE); nel 2014, tra le 296 aree metropolitane analizzate dal Brookings Institute, il 60% ha avuto performance migliori nella creazione di lavoro rispetto ai rispettivi Paesi di appartenenza.

ll Mondo si sta organizzando in nuove geografie: le megacities (sopra i 10 milioni di abitanti) producono il 14,6% del PIL, a fronte del 6,4% della popolazione mondiale. Le principali 40 mega-regioni del mondo generano l’85% dell’innovazione scientifico-tecnologica. Le prime 300 aree metropolitane globali contribuiscono al 40% della crescita economica complessiva.

Il caso Italia: oltre le città metropolitane

L’Italia ha una specificità: le aree produttive sono nate e prosperano spesso fuori delle aree metropolitane con un valore pari a Loltre 850 miliardi di Euro di Valore Aggiunto, 60% del totale nazionale e il 70% dell’export italiano, costituito da 3,3 milioni di imprese e 14,7 milioni di occupati. Quindi occorre riconoscere che il futuro dell’Italia, la sua storia economica, e dei suoi territori non si gioca solo a livello di ambiti metropolitani. Nel contesto nazionale, le aree non-metropolitane non sono infatti un “residuo” delle dinamiche economiche, sociali ed urbane, rappresentando una realtà articolata di 6.719 Comuni (l’83,5% del totale) e quasi 40 milioni di persone (il 64% del totale).

L’entità e la qualità dello sviluppo del Paese non può quindi essere dissociata dalla qualità (efficienza ed efficacia) delle relazioni tra Italia metropolitana e Italia non-metropolitana: otto Regioni italiane, pari a circa il 12% del Valore Aggiunto e della popolazione nazionale, su 20 non beneficiano della presenza di una Città Metropolitana. Nella maggioranza delle Regioni che hanno una Città Metropolitana, l’incidenza di questa sul PIL regionale è in media di oltre il 40%. Il tessuto produttivo nazionale è organizzato secondo un modello multipolare diffuso, con numerosi centri, distretti ed eccellenze localizzati in aree non metropolitane. Le relazioni di interdipendenza e gli effetti di irradiazione tra i territori sono generalmente molto significativi; l’assetto socio-urbanistico del Paese è orientato, anche per tradizione culturale, alle città medie e medio-piccole.

Dai luoghi ai non luoghi della crescita: le filiere lunghe e le interdipendenze produttive tra Nord e Sud

L’Italia è caratterizzata dal fatto che storicamente produce, innova e compete, in modalità “sparsa” sul territorio e fortemente interconnessa. L’Italia ha quindi una specificità: le aree produttive sono nate e prosperano spesso fuori delle aree metropolitane ed è caratterizzata da luoghi della produzione non urbani. Da qui il valore dei distretti, ma anche dei “non luoghi”, ovvero le connessioni tra i luoghi.

E’ forte l’interconnessione tra l’economia del Nord e quella del Sud più di quanto non avvenga, come “sistema Paese”, verso qualunque altro partner dell’UE: il Mezzogiorno «importa» risorse da impiegare sul territorio per il 30,3% dal Centro-Nord, il Centro-Nord «importa» risorse da impiegare sul territorio per il 25,1% dal Mezzogiorno. Questo fattore ha un valore importante. Sebbene il Mezzogiorno sia ancora “distante” in media dal Centro Nord e sia presente un gap sociale oltre che economico, si è innestato un effetto spilloverche sostiene la produttività del Paese. Un effetto spillover che si differenzia secondo la tipologia di filiera, e questo lo dimostra un’analisi effettuata su filiere produttive classiche del nostro Paese come aeronautica,automotive, alimentare, abbigliamento, moda e attività farmaceutica.

I legami di filiera si rafforzano con i contenuti innovativi e generano, come negli hub urbani, un grosso potenziale di crescita sul territorio. La risposta competitiva del nostro Paese deve quindi percorrere le due direttrici della crescita, dimensione e produttività, attraverso le nostre forze: distretti, filiere, reti di innovazione, interdipendenze. Il modello italiano, fortemente interconnesso, si sostiene infatti grazie alle sinergie distrettuali che in passato hanno permesso di superare in parte i limiti della piccola dimensione che caratterizza il nostro tessuto imprenditoriale.

Nel contesto di cambiamenti epocali e di nuovi bisogni emergenti almeno tre fattori segnano l’epoca contemporanea: l’accelerazione dell’innovazione, i continui progressi tecnologici, la centralità della creatività/qualità come motore dello sviluppo.

  • Lo spazio metropolitano è sicuramente tra i più adeguati a sfruttare le nuove opportunità tecnologiche e della conoscenza. Tecnologie, sistemi, infrastrutture urbane devono essere costantemente adattate alle esigenze via via emergenti.
  • Ma oltre al ruolo delle grandi città, il nostro Paese evidenzia una storia produttiva e competitiva che si è generata attraverso aree produttive caratteristiche (distretti) e con legami ed interconnessioni lunghe (i non luoghi)… da Nord a Sud.
  • Gli studi effettuati sulle filiere dimostrano come il gap tra Nord e Sud si riduce molto e qualche volta si annulla completamente all’interno delle filiere dove le caratteristiche e le performance delle imprese sono simili, indipendentemente dalla loro collocazione geografica.
  • Occorre quindi agire con un pensiero divergente rispetto al passato e finalizzare in tal modo gli attuali strumenti di politica economica ed industriale. Realizzare investimenti in infrastrutture materiali, logistiche e ancor di più immateriali (piattaforme tecnologiche e digitali) prediligendo l’effetto connessione ed i processi di internazionalizzazione.

 

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