Negli ultimi anni la politica commerciale degli Stati Uniti è tornata al centro dell’attenzione internazionale. Washington, che oggi è il primo importatore al mondo e il secondo esportatore, ha intrapreso una strategia di revisione del proprio ruolo nei flussi globali, con un focus particolare sul confronto con la Cina. Questa scelta non riguarda soltanto i rapporti bilaterali tra le due superpotenze, ma incide anche sull’Europa e, indirettamente, sull’Italia e sulle sue regioni, tra cui la Sardegna.
Il rapporto economico tra Stati Uniti e Unione Europea resta molto intenso: nel 2024 gli scambi di beni hanno raggiunto 867 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto a dieci anni prima, mentre quelli relativi ai servizi hanno toccato quota 817 miliardi. L’Italia è una delle economie europee più coinvolte in questo interscambio, essendo il secondo Paese dell’UE per esportazioni verso gli USA e il terzo per import dalla Cina. Ciò rende particolarmente interessante e rilevante osservare come le scelte statunitensi possano influenzare il commercio italiano.
Tra le misure introdotte negli ultimi anni, una delle più discusse è quella relativa alle nuove “port fees”, contributi applicati alle navi che scalano i porti americani. Le tariffe colpiscono soprattutto gli operatori e gli armatori cinesi, ma riguardano anche navi costruite in Cina o specifiche tipologie di cargo come car carrier e Ro-Ro. L’entità dei contributi può essere significativa: dagli 80 dollari a tonnellata per le navi di operatori cinesi, ai 23 dollari a tonnellata (o 154 dollari per TEU) per le navi non statunitensi costruite in Cina, fino ai 46 dollari net ton per le unità costruite all’estero. A queste misure si aggiungono dazi fino al 150% su particolari attrezzature portuali e sui loro componenti.
Tuttavia, è importante evidenziare che tali port fees — pur essendo state ufficialmente adottate — sono state sospese per un anno. Questa sospensione crea una sorta di tregua temporanea, che allenta le tensioni ma non risolve definitivamente la questione. Il tema rimane aperto e continua a generare incertezza tra gli operatori, poiché non è chiaro se le tariffe saranno applicate in futuro o se subiranno modifiche. L’orizzonte comporta dunque scenari mutevoli, ai quali il sistema logistico e commerciale europeo deve necessariamente adattarsi.
Nonostante la potenziale rilevanza di queste misure, l’impatto diretto sul commercio marittimo globale rimane, per ora, contenuto: nel 2025 solo il 4% dei volumi mondiali è stato coinvolto dalle nuove tariffe. Gli effetti più significativi sembrano risiedere non tanto nei volumi colpiti, quanto nel cambiamento più ampio dei modelli commerciali e nella crescente incertezza che condiziona le scelte strategiche delle imprese.
Il Rapporto 2025 - realizzato da SRM nell'ambito del Partenariato Esteso “NEST - Network 4 Energy Sustainable Transition” - si focalizza su tre sfide di forte attualità: la nuova sfida commerciale caratterizzata dall'introduzione dei dazi da parte degli Stati Uniti e le sfide della sostenibilità e dell’intermodalità, imperativi strategici per il futuro dei trasporti marittimi e la competitività del sistema infrastrutturale.
Il tema del protezionismo e dei dazi è analizzato da un punto di vista geopolitico e operativo, con particolare attenzione ai porti italiani che hanno importanti volumi di merci provenienti e dirette verso gli USA. Studiosi provenienti da Cina, Egitto, Germania e Spagna e membri della Global Shipping Think Tank Alliance hanno firmato saggi su transizione energetica, carbon neutrality e alternative fuels. Ulteriori approfondimenti sono poi stati realizzati sul tema complesso del trasporto intermodale mare-ferro, anche attraverso casi studio sui porti di Genova, Trieste e La Spezia: tre eccellenze del Paese che si distinguono per rilevanti quote di traffico gestite con questa modalità di trasporto.
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