Con il dodicesimo volume della Collana Un Sud che innova e produce SRM si concentra quest'anno su “Competenze, Connessioni e Competitività. Le tre dimensioni di sviluppo per le filiere manifatturiere del Mezzogiorno”. Dalla ricerca emerge l’immagine di un Sud più dinamico, più selettivo e più reattivo di quanto le rappresentazioni tradizionali abbiano spesso raccontato. Un Sud che cresce, investe, esporta, consolida filiere strategiche e rafforza il proprio ruolo nelle reti produttive, logistiche e innovative del Paese.
I numeri confermano questa discontinuità. Tra il 2019 e il 2025 il PIL del Mezzogiorno è cresciuto dell’8,6%, più della media nazionale ferma al 6,5%. Anche la manifattura meridionale, tra il 2019 e il 2023, è aumentata del 5,1% in termini di valore aggiunto, contro il +1,9% italiano. Non siamo ancora al superamento dei divari storici, ma siamo certamente oltre l’immagine di un Sud immobile o marginale.
Un elemento centrale che emerge dalla Survey realizzata da SRM riguarda il ruolo delle imprese manifatturiere, che appaiono dinamiche, resilienti, attente all’innovazione e già pienamente inserite nelle catene del valore.
In particolare, si vede come nel 2025 la quota di imprese meridionali che dichiara di aver realizzato investimenti nel triennio precedente è pari al 65% (Italia 67%) e per il 40% si tratta di investimenti “innovativi”. Le imprese, quindi, hanno capito l’importanza di investire per ridurre i gap innovativi rispetto ai competitor del resto del Paese. Alla base ci sono diverse motivazioni, non solo la voglia di migliorare le propria performance ma anche la necessità di rispondere alle trasformazioni in atto e ad una nuova domanda di mercato. Buone anche le prospettive per il futuro: il 58% delle imprese del Sud prevede di realizzare investimenti nel triennio 2025-2027, rispetto al 47% a livello nazionale.
Guardando ai rapporti commerciali si vede, poi, come nel Mezzogiorno il 43% delle imprese esporta sui mercati esteri (53% in Italia), quote in calo rispetto al passato. Oltre al mercato nazionale, quello europeo e, a distanza, il mercato americano costituiscono le principali destinazioni delle imprese manifatturiere italiane, con il Mezzogiorno che registra una minore presenza su questi mercati rispetto alla media italiana.
Dal lato delle forniture si vede, invece, come il nostro sistema manifatturiero risulta pienamente integrato all’interno delle catene internazionali di fornitura: dall’indagine emerge che il 31,7% delle imprese del Sud (38,6% in Italia) ha fornitori localizzati oltre i confini nazionali. Per le imprese che hanno fornitori oltre i confini nazionali, aumenta inoltre l’incidenza delle forniture dall’estero sul totale: nel Mezzogiorno la quota di imprese con forniture dall’estero pari ad almeno il 40% del totale è passata dal 14% al 40% (in Italia dal 17% al 26%). Il quadro che ne risulta vede, dunque, una quota minore di imprese manifatturiere meridionali con fornitori esteri rispetto alle altre aree del Paese, ma una maggiore incidenza degli acquisti dall’estero per quelle imprese che hanno rapporti di fornitura internazionali.
Le dinamiche di tali rapporti sono strettamente connesse al contesto geoeconomico e geopolitico che, soprattutto negli ultimi anni, è stato caratterizzato da molteplici shock, generando difficoltà di varia natura. L’aumento dei costi è la principale criticità riscontrata dalle imprese con un punteggio medio di influenza pari a 4,4 su un massimo di 5 (Italia 4,35). In risposta, la strategia maggiormente attuata dalle imprese (meridionali e nazionali) e, rispetto al passato, si assiste anche ad un maggior ricorso a strategie di “Dual/Multiple sourcing per input strategici” e di “Nearshoring”.
Nel complesso, quindi, la survey restituisce l’immagine di realtà imprenditoriali che dimostrano una buona capacità di competere su scala globale, contribuendo allo sviluppo economico e produttivo dei territori in cui operano.
Nell’ambito della manifattura meridionale il nucleo più forte è rappresentato dalle filiere delle 4A+Pharma - Alimentare, Abbigliamento-moda, Aerospazio, Automotive e Farmaceutica – che oggi valgono il 43,9% del valore aggiunto manifatturiero, il 43,6% degli addetti e il 51,6% dell’export manifatturiero del Sud. In alcune produzioni il peso del Mezzogiorno sul totale nazionale è già rilevante: 22,4% nell’Alimentare, 19,4% nell’Automotive e 32% nell’Aerospazio.
Queste filiere stanno rafforzando la traiettoria di trasformazione economica in quanto sempre più integrate con digitale, intelligenza artificiale, sostenibilità e innovazione. L’agroalimentare evolve verso l’agritech, la farmaceutica diventa più AI driven, l’automotive ridefinisce la propria base produttiva e il tessile-abbigliamento sperimenta modelli circolari, biotessili e fashion tech. La sfida del Sud, quindi, non è solo crescere, ma accompagnare la metamorfosi dei propri settori chiave.
Anche l’export restituisce segnali importanti. Tra il 2019 e il 2024 il Farmaceutico cresce del 205,9% e l’Alimentare del 74%. Più recentemente, tra il 2024 e il 2025, il Farmaceutico segna ancora +14,6%, l’Alimentare +1,7% e l’Aerospazio mostra un forte recupero (+41,3%). Restano tuttavia comparti in sofferenza, come Abbigliamento-moda (-7,3%) e Automotive (-15,6%), a conferma di una crescita ancora selettiva e non omogenea.
Particolarmente rilevante per il Mezzogiorno continentale è il legame tra Campania e Puglia. Le due regioni sono tra le più industrializzate e avanzate del Sud, condividono specializzazioni produttive spesso complementari e mostrano una vocazione molto forte verso le filiere 4A+Pharma. In termini di valore aggiunto, tali filiere pesano per il 50% nell’area, contro il 30,9% della media italiana.
La macroregione Campania-Puglia presenta, inoltre, una maggiore internazionalizzazione e una partecipazione più intensa alla supply chain internazionale: il peso delle filiere dell’area sull’export manifatturiero nazionale è pari all’8,7%, a fronte di un peso complessivo dell’area sul totale export manifatturiero italiano del 4,9%. A questo si aggiunge la forte trama degli scambi interregionali: per ogni euro di interscambio della macroregione con l’estero se ne aggiunge un altro destinato al resto del Paese.
Campania e Puglia risultano anche particolarmente interconnesse sul piano produttivo. La Campania è per la Puglia il primo mercato di destinazione dei prodotti aeronautici e il secondo di quelli alimentari; la Puglia, a sua volta, rappresenta per la Campania il secondo mercato nelle produzioni alimentari e nell’automotive. Un dato che rafforza l’idea di un Mezzogiorno non isolato, ma già dentro reti produttive complesse e in grado di generare effetti di filiera rilevanti.
La centralità del Mezzogiorno si legge anche nella sua dimensione geoeconomica. Le tensioni internazionali, la crisi delle rotte marittime e la ridefinizione delle catene del valore hanno reso il Sud ancora più strategico. La sua posizione nel Mediterraneo, la presenza di infrastrutture portuali chiave e il peso negli approvvigionamenti energetici e nelle materie prime ne fanno un’area esposta agli shock globali ma anche cruciale per l’adattamento e la resilienza. Non a caso, nel primo semestre del 2025 la metà delle rinfuse movimentate in Italia è transitata proprio dai porti del Sud.
Guardando al futuro, tre sono le sfide in gioco. La prima è quella delle Competenze. Dalla survey SRM emerge che il 52% delle imprese manifatturiere del Mezzogiorno segnala difficoltà nel reperire personale qualificato e nel 23% dei casi tali difficoltà sono definite notevoli o estreme, contro il 13% della media nazionale. Il limite delle competenze si avverte proprio nei segmenti più dinamici, quelli che investono, esportano e innovano di più.
La ricerca evidenzia anche segnali incoraggianti sul fronte dell’innovazione. Nel Mezzogiorno le imprese con attività innovative sono 17.587, pari al 56,7% del totale; quelle con accordi di cooperazione per l’innovazione sono 3.243, in aumento del 24,9% tra il 2018 e il 2022, ben oltre il +5,4% nazionale. Si contano inoltre 3.332 startup innovative, pari al 28,2% del totale italiano, e 738 PMI innovative, pari al 23,2%, con una crescita molto intensa rispetto al 2018.
La seconda grande questione è quella delle Connessioni. Il Mezzogiorno è già pienamente dentro le filiere italiane, ma la qualità di queste connessioni va rafforzata. Per ogni 100 euro di spesa finale generata in una regione meridionale si attivano 102,19 euro di valore aggiunto a livello nazionale, contro una media italiana di 90,53 euro; sul piano occupazionale, gli stessi 100 euro attivano 16,01 unità di lavoro, contro 12,09 della media nazionale. Il Sud partecipa dunque ai processi produttivi e logistici, ma non sempre riesce a trattenere una quota adeguata di ricchezza, funzioni strategiche e capacità decisionale.
La terza sfida è quella della Competitività. Accanto a imprese molto dinamiche e strutturate resta una fascia più fragile, meno attrezzata sul piano organizzativo e più esposta ai vincoli del contesto. La sfida non è quindi solo aumentare gli investimenti, ma trasformarli in una base più ampia e stabile di produttività, innovazione e resilienza.
Il messaggio finale dello studio è netto: il Mezzogiorno non è più soltanto un territorio da assistere, ma un’area che può diventare uno degli assi strategici dello sviluppo italiano ed euro-mediterraneo. Perché questo accada serve però un salto di qualità: più visione, più continuità nelle politiche, più capacità di consolidare i risultati e meno frammentazione. Il cambiamento è avviato. Ora la sfida è farlo diventare strutturale.
Il dodicesimo volume della collana 'Un Sud che innova e produce' punta ad approfondire i fattori che guidano l’evoluzione del tessuto produttivo meridionale, analizzando le tre dimensioni fondamentali che sostengono la crescita del settore manifatturiero nel Sud: le Competenze, le Connessioni e la Competitività.
Negli ultimi quindici anni la manifattura italiana ha attraversato una trasformazione profonda, che va ben oltre il paradigma tradizionale dell’industria, e il Mezzogiorno non è rimasto immobile: ha mostrato segnali di rafforzamento in diverse filiere, consolidando poli produttivi competitivi e accrescendo il proprio ruolo nelle reti nazionali e internazionali. Tuttavia, è ora chiamato a misurarsi con dinamiche sempre più complesse, che impongono un’accelerazione affinché l’area diventi protagonista del cambiamento. In tal senso, deve partire dalle sue forze endogene e le 3C rappresentano l’architettura strategica attraverso cui leggere e orientare la nuova manifattura.
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